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Notizie
varie
LE
PENNE NERE IN AFGHANISTAN
L'acquisto
dei quadrupedi è avvenuto nei mesi scorsi,
ora è in atto la seconda fase
Arruolati
i muli: li stanno addestrando
L'unica
incognita è se basterà il tempo: il "corso" è lungo.
Si mobilitano gli ex alpini: "Riprendeteli comunque"
Il
soldato Goro è sotto addestramento. E con lui pure il soldato Dro, la
soldatessa Gisella, e gli altri muli richiamati precipitosamente in
servizio, a dieci anni dal loro improvvido prepensionamento. Malgrado le
smentite ufficiali, la notizia c'è: quella di dotare dei preziosi
quadrupedi l'ormai imminente spedizione dei nostri alpini in Afghanistan
è molto più di un'ipotesi.
All'acquisto
si è già provveduto nei mesi scorsi, poco dopo che si era profilata
l'idea di ricorrere alle "penne nere" per la missione contro
l'accoppiata Omar-Bin Laden. Un'opzione buttata inizialmente lì,
involontariamente, con un accento di rimpianto e nostalgia, da Giuseppe
Parazzini, presidente dell'Associazione Nazionale Alpini: "Ottima la
scelta di puntare sulle penne nere. Peccato che manchino i muli, perché lì
sarebbero stati proprio perfetti, addirittura più preziosi delle armi".
Qualcuno
ha raccolto lo spunto, pare nell'ambito del Battaglione Alpini del Monte
Cervino, il primo indiziato per partire alla volta di Kabul. E a quel
punto è stato mobilitato il settore veterinario. Ma sono anche emersi i
problemi concreti: cominciando dalla mancanza della stessa materia prima,
visto che gli ultimi 24 superstiti erano andati venduti all'asta, per la
miseranda cifra complessiva di 33 milioni, nel settembre del 1993 a
Belluno. E proseguendo con la mancanza delle attrezzature necessarie
(specie basti e finimenti), ma soprattutto dell'addestramento: che
significa dover lavorare sia sull'animale che sull'uomo. Quello che i
vecchi alpini chiamavano «sconcio», e che viene detto più comunemente
conducente.
È
appunto quello cui si sta provvedendo attualmente: una volta riacquistati,
risulta che i muli prescelti (i vari Dro, Goro, Gisella, appunto, per
attingere ai nomi più comuni dati a suo tempo ai quadrupedi) siano stati
inviati in centri appositi per venire addestrati. L'unica incognita, e che
condiziona per l'appunto la decisione se inviare o no anche i muli in
Afghanistan, è quella dei tempi: ci si è resi conto che l'operazione è
molto più complessa di quanto si ritenesse, come ben sa ogni alpino degno
di tal nome, dal generale fino all'ultimo soldato.
La
speranza è di farcela. Perché sarebbero proprio ideali, come diceva
Parazzini e come conferma Giovanni Salvador, responsabile del reparto
salmerie della sezione dell'Ana di Vittorio Veneto, che ne ha in custodia
otto: "Un mulo vive una trentina di anni, a parte il celebre Zibibbo
che è arrivato a 36. Possono portare un carico militare fino a 130 chili
circa, mentre per normali carichi di montagna, tipo legna, riescono a
sostenere pesi pure di due quintali, sia pure su brevi tratti. Si cibano
di fieno e avena, e tenerli non costa poi troppo, in quanto si tratta di
bestie rustiche, che si accontentano di poco".
Proprio
da mangiarsi le mani, a pensare che gli alpini disponevano di un autentico
patrimonio consolidato in oltre 120 anni di esperienza, e che è stato
smantellato con eccessiva leggerezza. Spiegava già Parazzini, nel già
citato intervento: "Li avevano ritenuti inutili, ma facevano parte
dell'identità degli alpini. E anche oggi sarebbero invece utilissimi, in
un mondo in cui su una cinquantina di conflitti in atto, una quarantina si
svolgono su territori aspri e montagnosi. Specie in un posto come
l'Afghanistan, che ha tutte le caratteristiche dell'alta montagna, dove
non si può arrivare con nessun altro mezzo che le proprie gambe".
È
un giudizio condiviso anche altrove. In Germania, per esempio, dove il 332°
battaglione Gebirgsjager dell'esercito ha mantenuto un nucleo di muli,
oggi alle dipendenze di un sergente maggiore, che incidentalmente è una
donna. Pure gli inglesi hanno mantenuto un gruppo di muli. E a questo
punto, che quelli italiani partano o no per l'Afghanistan, si è riaperto
un dibattito il cui interesse è testimoniato dalle molte lettere, e-mail
e telefonate giunte al "Gazzettino" dopo la pubblicazione della
notizia. In larga parte ex alpini, i quali si augurano che il nostro Stato
Maggiore ci ripensi, e che venga rimesso in piedi il reparto muli.
Ripartendo da zero, perché ormai i prepensionati di allora non hanno più
l'età. Ma provvedendo, e facendo così rivivere una leggenda che ancor
oggi, a distanza di dieci anni, sa suscitare tanta passione.
F.J.
articolo pubblicato
sul Gazzettino del 7/01/2003


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