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Notizie
varie
Il
grande cuore degli alpini in Mozambico
Le Penne Nere hanno dato vita a un progetto umanitario per le suore
francescane di Lalaua impegnate nell’educazione dei bambini
Vengono alle
mente le espressioni di Giulio Bedeschi a proposito dell'evento guerra,
come lo chiamava lui. Nel quale, e dal quale, possono emergere fatti
altamente positivi: di generosità, di altruismo, di dignità degli
uomini.
Il discorso va preso alla lontana - come si dice - ma ne vale la pena,
per rendere nella sua completezza una operazione non nuova nella storia
delle Penne Nere in tempo di pace, ma emblematica della "varietà" degli
interventi a favore di chi ha bisogno, ai quattro angoli della Terra.
Sul numero di marzo 2005 de "L'Alpino", Adriano Rocci sintetizzava le
motivazioni in merito alla presenza delle Penne Nere in armi in
Mozambico dal 1993 al 1994. I contingenti impegnati nella missione di
pace erano formati per la maggior parte da alpini di leva e alcuni di
questi giovani, oltre a compiere il proprio dovere come soldati,
aiutarono per quanto possibile un gruppo di suore missionarie nella
città di Beira.
Un rapporto mantenuto da alcuni di questi ex soldati ancora dopo la
missione, portando aiuti a quelle religiose, successivamente trasferite
a Lalaua, nella provincia Nampula. Durante la guerra civile le suore
sono state cacciate da Lalaua, le strutture della missione requisite e
in parte distrutte. Una situazione drammatica, ma non per questo
disperata, perchè alcuni soldati di allora, attraverso il generale
Maurizio Gorza, comandante della Protezione Civile Alpina, presentarono
all'Ana la proposta di un intervento concreto.
Così, il consiglio direttivo nazionale dell'associazione delle Penne
Nere decideva, nella primavera del 2005, di inviare in Mozambico lo
stesso Gorza, il consigliere architetto Sebastiano Favero e il geometra
Ivano Gentili (rispettivamente delle sezioni di Vicenza, Bassano e
Treviso), per verificare la possibilità di un intervento umanitario in
quel lontano paese. Del terzetto, Gorza era stato fra i protagonisti
dell'intervento umanitario in Kosovo, Favero era stato il progettista
dell'asilo nido-scuola materna costruito e donato alla popolazione di
Rossoch nel 1993 (insieme al fratello Davide e allo zio Bortolo Busnardo,
mitico presidente della sezione Montegrappa), Gentili, ricopriva la
carica di presidente della Commissione Grandi Opere, mentre oggi è
vicepresidente nazionale vicario dell'Ana .
Ed è lo stesso Gentili, a operazione conclusa, a illustrarci il lavoro
delle Penne Nere in congedo su questo fronte così lontano: ventiquattro
ore di aereo ed altrettante in macchina, lungo piste spesso di fortuna
per raggiungere una cittadina quale Lalaua: diecimila abitanti, 210
chilometri a nord-ovest di Nampula (terza città del Mozambico). Una
popolazione, quella di Lalaua, che vive in capanne, a volte in
condizioni di povertà estrema - non tutti i giorni è garantito un pasto
- e dove le sorelle dell'Ordine Francescano di Maria sono impegnate
nella educazione delle ragazze, una educazione che consiste nella
istruzione scolastica e quindi nell'insegnamento del cucire, del
cucinare, nonchè... dell'igiene personale.
Ancora: le religiose si dedicano a tutti gli abitanti indistintamente,
uomini e donne, che - analfabeti - intendono uscire dall'ignoranza più
profonda.
In questa situazione, che cosa era stato chiesto agli Alpini? Il
recupero di un fabbricato in gran parte distrutto, da adibirsi a
collegio per le ragazze; la costruzione di un "centro nutrizionale e di
accoglienza per bambini sottonutriti": la costruzione di un centro di "alfabetizzazione
e di promozionale della donna".
E gli Alpini avevano detto: sì, si può fare, unendo allo slancio dei
sentimenti quel senso dell'organizzazione che fa parte del loro Dna.
Ecco, allora, le opere finanziate con fondi dell'associazione, ai quali
si sono aggiunti grosse somme della Barilla, della Fondazione Cariverona,
dell'associazione Caroni di Pieve di Soligo, del Rotary e di tanti altri
generosi amici degli alpini. Complessivamente, trecentomila Euro sono
stati utilizzati dall'Ana , per l'acquisto dei materiali (in loco) e per
i salari corrisposti ad un certo numero di indigeni impegnati nella
costruzione delle tre strutture.
Le Penne Nere al lavoro in questo intervento sono state ventotto.
suddivise in turni di otto-dieci volontari, per quattro turni, ognuno
dei quali di 35-40 giorni. Gli Alpini del primo turno si sono riproposti
(quasi tutti) per l'ultimo, lavorando - come sempre, secondo tradizione
- sodo e con entusiasmo. Le squadre di lavoro erano composte da un
medico (o un infermiere), un elettricista, un idraulico e quindi da
falegnami, muratori, carpentieri in legno.
Con i già citati alpini, ecco i nomi degli altri benemeriti: Carlo
Bionaz di Aosta, Erico Zulian, dottor Gabriele Vardanega, Francesco
Crestani, Antonio Costacurta, Italo Giudici, Renzo Berdusco, Beniamino
Feltrin, infermiera Diana Favero, Mauro Salton (sezione Montegrappa di
Bassano), Bruno Panno (Treviso), Ivano Bortolin, Guerrino Miotto (Valdobbiadene),
Aldo Del Bianco, Gianfranco Bertin (Pordenone), Luciano Scarel (Udine),
Bruno Saffigna (Cividale), Paolino Castagna (Valdagno), Valdo Marcuzzo
(Palmanova), infermiere Mario Mei (Vicenza), dottor Ettore Renato Fox
(Torino), Paolo Guerci (Cremona), Giuseppe Birolini, Pietro Tognetti
(Bergamo), Antonio Tonni (Brescia), Luigi Guameroli (Sondrio).
Complessivamente, i tre edifici costruiti hanno una superficie di 619
metri quadrati, i volontari hanno lavorato 7.600 ore, gratuitamente,
s'intende, volendo considerare l'impegno totale economico, e valutare
l'opera dei volontari in 25 Euro all'ora, ne risulta una cifra di
490mila Euro - tanto per avere un elemento di riferimento economico,
appunto.
Tutto questo, con alle spalle, ovviamente, quel grande cuore degli
Alpini, che è stato considerato nel suo significato, oltre che dalle
suore, dall'arcivescovo Tome (referente all'Ana ) e della popolazione
locale, che ha visto così concludersi il 2006 con un'offerta generosa
recante un'indelebile impronta italiana quella di un cappello (strano)
con una penna nera.
Giovanni Lugaresi
articolo pubblicato
sul Gazzettino del
07/01/2007


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