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Notizie
varie
Storia
di Dino, reduce della Julia
L’alpino Selva, 84 anni, fra
i protagonisti della cerimonia di Cargnacco
Gli invasori
della Russia avevano vent'anni, equipaggiamento scarso, ordini confusi,
venivano dalla campagna friulane senza sapere di finire in uno
sterminato impero di ghiaccio. Che li avrebbe inghiottiti e schiacciati.
Ma non tutti. Dino Selva da Ronchis, 84 anni, ancora attivo fra osteria
e ferramenta di famiglia, ha retto ed è uno dei pochi ancora in vita.
Nel 1947 ha sposato la ragazzina che lo aspettava in paese e per
cinquant'anni non si sono mai lasciati, ha avuto figli e nipoti ed ora è
pronto anche a ricordare.
Domenica alle 11 a Cargnacco, quando si celebrerà il 64° anniversario
della battaglia di Nikolajewka, sarà la sua vita di soldato della Julia
ad essere raccontata e la nipote Silvia Colautto darà la sua voce alle
memorie del nonno. Scrivono gli alpini, nel loro annuncio per le
cerimonie: «La tradizionale rassegna corale chiuderà la commemorazione
di questa pagina di storia, ideale messaggio e spunto di riflessione tra
le generazioni».
Ma Silvia, 28 anni, il testimone l'ha già raccolto. Il suo lungo
colloquio con il nonno lo ha cominciato nel 2002: «Lui non parlava,
forse lo aveva fatto con mia nonna. E comunque io non avevo mai dato
peso al suo passato. Poi nel settembre del 2002 con il nonno e mia
sorella Lisa siamo andati in Russia e abbiamo passato le serate con i
suoi racconti.
Abbiamo avuto l'idea di raccogliere le sue memorie. Ero impegnata con il
dottorato in filosofia a Padova, ma adesso ho tempo e vorrei concludere
entro quest'anno, anche se lui prende sempre tempo.
Quando gli alpini lo hanno saputo si sono presentati nel bar dei miei e
mi hanno chiesto di intervenire alla cerimonia». È emozionata. Il libro
sarà pronto forse quest'anno, ma le memorie sono vive invece da anni,
aspettavano solo che Dino Selva avesse voglia di rivisitarle.
«Quei ricordi sono tremendi - dice la nipote - ma forse il nonno
avvicinandosi agli ottanta non ha voluto che andassero perduti». Ci sono
il freddo, la fame, la guerra, i giorni che passavano senza ordini sulla
ritirata, ma anche altro: «Lui era furbo, un commerciante», dice Silvia.
Come dire uno che vuole vivere, che in campo di concentramento organizza
un traffico di tabacco e si ritrovava con qualche rublo in tasca, che
impara il russo, che resiste: dal 1942 al 1943 girando casa per casa,
dal '43 prigioniero dietro il filo spinato, nel '46 di nuovo a casa.
La disfatta scritta sul corpo: 40 chili e i vent'anni cancellati. «Ma
parla sempre con affetto del popolo russo - spiega Silvia - dice che è
stato tanto aiutato, soprattutto dalla donne che avevano il marito al
fronte e capivano». Assunta Portesi
articolo pubblicato
sul Gazzettino del
26/01/2007


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