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Alpini fermati sulla via di Kabul:
servono i muli


DALLE DOLOMITI ALL'ALBANIA
CON OBICI E SALMERIE IN GROPPA

Il record di Zibibbo, reduce di Russia

 Anche il più scalcinato di loro, in America, avrebbe fatto sfracelli. In fondo, era bastato molto meno, a inizio anni Novanta, al mulo da soma Elwood Blues, per vedersi conferire la laurea «honoris causa» dalla prestigiosa università di Yale: "Per il suo alto contributo al progresso delle scienze, avendo trasportato sulla groppa 40 chili di campioni di rocce raccolti da una missione geologica", recitava la motivazione dell'alta onorificenza, che attribuiva all'animale il titolo di dottore in trasporto equestre.

Sarebbe stato una sinecura quel carico, nel Belpaese, per i vari Gala, Goro, Grata, Gina, Follonica, Lara, Gisella, Dro, i nomi più comuni con cui per una lunga e gloriosa stagione sono stati battezzati i muli degli alpini. Ma in Italia le lauree spettano, un po' troppo spesso, ad altri tipi di somari: loro invece hanno dovuto sgobbare in silenzio per oltre un secolo, per vedersi poi "dismettere", come si usa dire oggi, assai malamente; addirittura venduti a un'asta pubblica, che per alcuni di loro ha significato venire mortadellizzati poco dopo. Altro che dottore: fatte le debite proporzioni, se Zibibbo fosse nato in America, come minimo l'avrebbero fatto ministro dell'Istruzione.

L'ormai scomparso Zibibbo è davvero un mito: spetta a lui, per quanto se ne sa, il record di longevità della categoria muli, essendo vissuto fino alla veneranda età di 36 anni, trascorrendo l'ultimo arco di una lunga e onorata carriera in una caserma di Vipiteno, dopo essersi fatto la campagna di Russia, acquisendone il regolamentare titolo di reduce. Per capirsi, un mulo può vivere anche fino a 30 anni; lui ha surclassato tutti senza mai pesare su nessuno, neanche sull'Inps.

Resteranno anonimi, ma non meno meritevoli, le decine di migliaia di muli che dalla fine del 1872, data ufficiale dell'esordio a fianco delle penne nere, si sono disciplinatamente sciroppati, a pieno carico, gli impervi sentieri delle Dolomiti e le steppe innevate del Don, come pure le mulattiere (titoli onorifici no, ma almeno a un tipo di stradaccia sono riusciti a dare il loro nome) dell'Albania, del Montenegro, della Grecia, della Francia, arrivando a fare pure gli extracomunitari in Africa.

Tempi eroici, quelli delle origini: le prime compagnie alpine, nate appunto alla fine del 1872, hanno in dotazione un solo mulo da basto e da traino, che serve per quelli che più tardi saranno chiamati "servizi logistici pesanti", ma che allora si riducono a un più prosaico quanto eloquente "traino della carretta". Ai materiali leggeri (si fa per dire) provvedono le schiene degli alpini. Nel giro di soli dieci anni, i quadrupedi completano la loro irresistibile ascesa: a partire dal 1882, sono impiegati in modo massiccio nelle batterie da montagna, le quali hanno in dotazione 186 muli ciascuna, mentre le compagnie alpine hanno in organico una salmeria con una quarantina di bestie.

Dopo la Grande Guerra, i reggimenti alpini vengono dotati ciascuno di circa 500 muli, suddivisi tra salmeria reggimentale, di comando battaglione e di compagnia. Ad ogni reggimento alpino è affiancato un gruppo di artiglieria da montagna, che ha in dotazione circa 700 muli. Nel 1935, in ogni divisione alpina viene costituita una compagnia mista del Genio, con dotazione di 86 muli. Durante la seconda guerra, la dotazione classica è di 25 muli per batteria, 315 per gruppo di artiglieria; metà ne hanno i battaglioni alpini. Cessato il conflitto, il mulo rimane il principale "fuori strada" delle penne nere: un battaglione alpini ha in dotazione 100 muli, a fronte dei 220 di un gruppo di artiglieria.

Ma quella è ancora, in fin dei conti, l'Italia del "quando eravamo povera gente". Il boom avviato dagli anni Settanta segna il declino del valoroso quadrupede. A spodestarlo è il motocarrello da montagna prodotto da una ditta di Savona. E il tracollo arriva a fine anni Ottanta, quando sul mercato entra una nuova versione in grado di trasportare, con l'ausilio di altri due motocarrelli, un obice da 105/14 della gittata di 11 chilometri, oltre a materiali sfusi. Per dare l'idea, un Goro o una Gisella si portavano in groppa un pezzo da 75/13, della gittata di 6 chilometri.

Un po' alla volta, nelle caserme alpine le scuderie vengono sostituite dalle autorimesse, e i muli vengono decimati. A inizio anni Novanta, le cinque brigate alpine Julia, Taurinense, Cadore, Orobica e Tridentina ne hanno 700 in tutto: per dare un'idea, nella seconda guerra mondiale ciascuna delle cinque divisioni alpine allora esistenti ne aveva circa 3.500. Mantenerli costa, in tutti i sensi: i quadrupedi hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro, e per ogni mulo ci vuole una persona e mezzo (quelli che un tempo si chiamavano "serventi").

Così viene impostato un piano di pre-pensionamenti a dir poco selvaggio (d'altra parte non esiste un sindacato di categoria), che prevede la completa sostituzione degli animali con motocarrelli entro il 1992. Non servono i tanti appelli ai sentimenti e le molte tempeste di emozioni: martedì 8 settembre 1993, a Belluno, nel cortile della caserma D'Angelo, lo Stato Maggiore dell'Esercito liquida gli ultimi 24 muli in servizio permanente effettivo mediante asta pubblica, incassando in tutto poco più di 33 milioni. Molti dei 24 reduci vengono acquistati da ex alpini che vogliono evitare loro un'ingloriosa fine; si mobilita anche, via telefonino, un imprenditore italiano trasferitosi in Spagna, che dalla Costa Brava lancia un'offerta volta a evitare che gli animali diventino "rotundas mortadelas", per usare le sue parole testuali.

Ma per qualcuno non c'è scampo. Fina, Grata e Laio si avviano malinconicamente dietro a un commerciante altoatesino che ricorda straordinariamente un wurstel, e sulle cui intenzioni non possono sorgere dubbi. Escono di scena "usi a obbedir tacendo, tacendo a morir" (è il caso di dirlo), senza neppure l'onore delle armi; senza il "silenzio fuori ordinanza".
Avvolti dal solo silenzio.

F.J.

  articoli pubblicati sul Gazzettino del 4/01/2003

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